Kenya


Carta del Kenya (fonte: Google Maps)


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La Repubblica del Kenya (in swahili Jamuhuri ya Kenia) è uno Stato dell’Africa Orientale, confinante a nord con Etiopia e Sudan, a sud con la Tanzania, a ovest con l’Uganda, a nord-est con la Somalia e ad est con l’oceano Indiano. Ha una superficie di 582 mila chilometri quadrati (di poco maggiore a quella della Francia).

È attraversato dalla linea dell’Equatore, che lo taglia quasi esattamente a metà in prossimità del Monte Kenya, la più alta montagna del Paese e la seconda in Africa dopo il Kilimanjaro, in Tanzania. Con oltre cinquecento chilometri di costa ricca di barriere coralline, il Kenya si affaccia sull’Oceano Indiano; la parte settentrionale del Paese ha aree desertiche, mentre al centro e al sud dominano gli altopiani con boschi e savane erbose. La Rift Valley, fossa tettonica di oltre seimila chilometri che attraversa verticalmente l’Africa, solca il Kenya da nord a sud e ne è probabilmente l’elemento morfologico più caratteristico. I due maggiori fiumi sono il Tana e il Galana, mentre il patrimonio idrografico comprende il salmastro lago Turkana, a nord, e una porzione del lago Vittoria, il più grande lago africano.

Il clima, come la morfologia, varia da zona a zona: dal clima tropicale della costa si passa a quello arido dell’entroterra al di sotto dei mille metri, mentre oltre questa altitudine si hanno zone a clima temperato, continentale e, in alcuni casi, anche alpino.

Il Kenya ha circa trentasette milioni di abitanti, che sono più che raddoppiati negli ultimi vent’anni. Circa il 30 per cento degli abitanti è rappresentato da bambini tra i 5 e i 14 anni (dati UN). Il tasso di crescita annuo della popolazione è del 2,7 per cento.

Le zone più densamente abitate sono quelle degli altopiani centrali, mentre la costa, con l’eccezione di Mombasa, è scarsamente popolata. Il tasso di inurbamento, cioè la velocità con la quale la popolazione si sposta dalle aree rurali in città, è molto alto, pari al 4% annuo (dati UN): ad oggi, infatti, il 45% della popolazione kenyana vive in città, specialmente a Nairobi e Mombasa.

Dal punto di vista etnico, il Kenya presenta una relativa varietà, con circa settanta etnie. L’etnia più numerosa è quella dei kikuyu (21% della popolazione), seguita dai luhya (14%), i luo (13%), i kamba (11%) e i kalenjin (11%). Ci sono poi i maasai, nilotici, che vivono prevalentemente sugli altopiani tra il Kenya e la Tanzania e che sono per la maggior parte pastori nomadi. Presenti, infine, sono anche minoranze di asiatici, europei e arabi.

A livello amministrativo, il Kenya è formato da otto province, a loro volta suddivise in distretti, divisioni, località e sottolocalità. L’istruzione elementare è gratuita.

Storia

Colonia inglese fino al 1963, il Kenya ebbe come primo presidente Jomo Kenyatta, di etnia kikuyu, membro del Kenya African National Union (KANU) e tra i fondatori della Kikuyu Central Association da cui nacque poi il movimento Mau Mau, protagonista della lotta armata contro i coloni britannici. Nonostante la dura e violenta opposizione ai coloni nelle fasi preparatorie dell’indipendenza, Kenyatta intrattenne poi con il Regno Unito ottime relazioni diplomatiche e si lanciò in una politica di riforma molto lenta e prudente anche per evitare strappi con gli ex dominatori. Questo atteggiamento conciliante gli valse l’ostilità dell’ala più estremista del suo partito che si staccò dal KANU e si costituì in una compagnie politica indipendente sotto al guida di Jaramogi Oginda Odinga, di etnia luo e padre dell’attuale primo ministro Raila Odinga.

A Kenyatta succedette Daniel Arap Moi, che impose alla politica kenyana uno stile decisamente più autoritario, fino all’introduzione del monopartitismo, poi di nuovo abbandonato in favore del multipartitismo a causa delle pressioni della comunità internazionale. Nonostante il pluralismo partitico, l’opposizione non fu in grado di allinearsi dietro un programma politico comune e Moi fu rieletto presidente nel 1993 e nel 1997.

Nel 2002 Mwai Kibaki, kikuyu di settantanove anni e già vicepresidente dal 1978 al 1988, è stato eletto presidente del Kenya. Alle elezioni del dicembre 2007, Kibaki ha ottenuto un secondo mandato ma l’opposizione guidata da Raila Odinga ha denunciato brogli elettorali scatenando in tutto il Paese rivolte e scontri durati circa due mesi. Un accordo tra Odinga e Kibaki è stato raggiunto grazie alla mediazione dell’ex – segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan con la creazione della posizione di primo ministro, inesistente nell’attuale costituzione kenyana, affidata al leader dell’opposizione Odinga diventato quindi la seconda carica del Paese dopo il presidente Kibaki.

Oggi, nonostante le mediazioni internazionali e la decisione di affidare alla Kenya National Commission on Human Rights (KNCHR) le indagini per chiarire le responsabilità delle violenze, la situazione del Paese rimane magmatica. La commissione ha rivelato i nomi di sei uomini politici, appartenenti ad ambo gli schieramenti, individuati come i principali responsabili dell’istigazione alla violenza nel 2007/2008, ma le polemiche e i dubbi sull’imparzialità della Commissione ne stanno delegittimando il lavoro e ritardano l’azione della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Le elezioni del marzo 2013 si sono svolte in un clima di tensione ma senza i drammatici scontri del 2007/2008 e hanno portato all’elezione di Uhuru Kenyatta.

Situazione economica

Dopo un iniziale impennata seguita all’ottenimento dell’indipendenza, l’economia kenyana ha subito una prima battuta d’arresto a metà degli anni Settanta, trascinata verso il basso da politiche agricole inadeguate e accordi commerciali internazionali svantaggiosi. Dopo una breve ripresa tra il 1994 e il 1997, un secondo periodo di declino impose crescite molto lente del prodotto interno lordo, stavolta dovuto principalmente a disastri naturali e alla sospensione dei fondi per gli aggiustamenti strutturali. Tale sospensione derivò dal mancato rispetto degli accordi, stipulati con con il Fondo monetario e la Banca Mondiale, relativi alle riforme interne che il Kenya si era impegnato ad attuare in cambio dei fondi.

Con l’avvento di Kibaki al potere il governo kenyana si è impegnato in un nuovo, ampio programma di riforme volto anche a ridurre la corruzione e la malversazione dei fondi che da essa deriva. Tale impegno ha permesso la ripresa dei rapporti tra Kenya e istituzioni finanziarie internazionali e lo sblocco di risorse che hanno in effetti dato un qualche impulso all’economia. La crescita annuale del PIL si è dunque attestata nel 2007 al 7% e il reddito pro capite è di circa 1.200 dollari americani. Di recente è stato rilanciato anche il progetto di integrazione economica e monetaria sotto l’egida della East African Community, che comprende Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi e Rwanda. Il progetto prevede la libera circolazione di persone e merci, l’armonizzazione delle tariffe doganali e il miglioramento delle infrastrutture della sub-regione est-africana.

Nell’agosto 2017 si sono svolte come previsto le elezioni per la scelta del presidente della Repubblica, dei governatori di contea, dei parlamentari e dei membri delle assemblee di contea. I primi risultati dello scrutinio davano il presidente uscente, Uhuru Kenyatta, rieletto con il 54,27% de voti. Il 1° settembre 2017, tuttavia, accogliendo il ricorso del principale sfidante di Kenyatta, Raila Odinga, la Corte suprema del Kenya ha annullato l’elezione presidenziale, con una decisione senza precedenti sul continente. Nuove elezioni dovranno tenersi entro sessanta giorni dalla sentenza della Corte, cioè entro il 1° novembre 2017.

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